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26 Luglio 2026

Venezia Calcio: il progetto di rieducazione attraverso il calcio in carcere

Un gruppo di detenuti del carcere Santa Maria Maggiore ha fondato un club di tifosi del Venezia Calcio, trasformando la passione per il calcio in un'opportunità di rieducazione e reinserimento sociale.

Venezia Calcio: il progetto di rieducazione attraverso il calcio in carcere

In un’iniziativa senza precedenti, un gruppo di detenuti del carcere Santa Maria Maggiore ha dato vita a un club di tifosi del Venezia Calcio. Questo progetto, presentato sulla rivista dei detenuti “Ponti”, va ben oltre la semplice passione calcistica, trasformando lo sport in uno strumento di rieducazione e reinserimento sociale.

L’obiettivo principale è quello di creare uno spazio di condivisione e confronto dove i detenuti possano sviluppare responsabilitàrispetto reciproco e un senso di appartenenza alla comunità. Tra le attività previste ci sono la condivisione delle partite e delle notizie sul Venezia Calcio, incontri dedicati alla storia del calcio lagunare e momenti di riflessione sui valori dello sport.

Il calcio come strumento di rieducazione

Il progetto è stato ispirato dall’articolo 27 della Costituzione che attribuisce alla pena una finalità rieducativa. I promotori sperano che il club possa diventare un punto di riferimento per i detenuti, offrendo loro l’opportunità di sentirsi parte di una comunità e di guardare al futuro con uno spirito diverso.

Tra le iniziative più ambiziose ci sono la possibilità di seguire le partite della squadra, tornata in Serie A e, per i detenuti che potranno usufruire dei permessi premio, la partecipazione alle partite allo stadio Pier Luigi Penzo. Inoltre, i promotori auspicano di poter disporre di almeno un abbonamento a una piattaforma televisiva per seguire le gare della squadra.

Le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

In un contesto completamente diverso, il maxiprocesso sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ha visto richieste di condanna pesanti per vari imputati. Durante la requisitoria, il pm Alessandro Milita ha definito “criminale” Gaetano Manganelli, ex comandante della Polizia penitenziaria dell’istituto casertano, per il quale è stata richiesta una condanna a 14 anni.

Milita ha contestato a Manganelli una condotta “furba”, rimanendo lontano dai corridoi dove gli agenti picchiavano i detenuti, restando nel proprio ufficio. “Lei sapeva dei detenuti pestati, sapeva delle loro sofferenze”, ha affermato il pm, riferendosi ai 15 detenuti individuati come presunti responsabili della protesta scoppiata la sera precedente.

Il ruolo di Colucci e le violenze del 6 aprile

La pena più alta richiesta dalla Procura riguarda Pasquale Colucci, dirigente della Polizia penitenziaria, per il quale Milita ha chiesto 21 anni e 4 mesi. Colucci è indicato come “il regista fondamentale” di quanto accaduto il 6 aprile 2026 e nei giorni successivi. Secondo l’accusa, il dirigente sarebbe responsabile di tutti i reati contestati, dalla tortura alla morte di Hakimi Lamine, deceduto un mese dopo i pestaggi.

Le violenze del 6 aprile 2026, durante una perquisizione straordinaria, si trasformarono in una violenta aggressione collettiva ai danni dei detenuti del reparto Nilo. Le immagini delle telecamere interne dell’istituto, diventate pubbliche nel 2026, mostrarono decine di agenti colpire alcuni detenuti con calci, pugni e manganelli mentre questi erano inermi o già a terra.

Il ruolo dei sanitari e le contestazioni

Particolare attenzione è stata riservata al ruolo dei sanitari in servizio nel carcere per conto dell’Asl. Per il medico Raffaele Stellato il pm ha chiesto 9 anni di carcere, mentre per Pasquale Iannotta la richiesta è di 7 anni. Secondo l’accusa, i due medici avrebbero avuto un ruolo fondamentale perché avrebbero potuto documentare le lesioni riportate dai detenuti e garantire loro cure adeguate.

“Erano un baluardo fondamentale per le vittime”, ha spiegato Milita. Secondo il magistrato, invece, sarebbero stati prodotti certificati incompleti o non corrispondenti alla reale gravità delle condizioni dei detenuti. Per altri quattro agenti accusati di avere prodotto certificazioni false sulle proprie lesioni, la Procura ha chiesto pene comprese tra i 4 e i 5 anni di carcere.

Autore

Francesca Lombardi

Francesca Lombardi, fiorentina, prese appunti tecnici dal primo box di un circuito toscano e da allora firma approfondimenti sui motori. In redazione sostiene un approccio metodico alle prove su pista, cura il format 'tecnica e cronaca' e conserva i fogli di appunti del debutto tecnico in autodromo.