Negli ultimi anni la questione dei traumi cranici nello sport è tornata al centro del dibattito medico, soprattutto per le potenziali conseguenze a lungo termine sui giovani atleti. Due studi indipendenti, uno focalizzato sul football americano professionistico e l’altro sul Calcio giovanile, hanno fornito dati preoccupanti che spingono a riconsiderare le pratiche di allenamento e le regole di gioco.
Studio NFL: CTE in quasi un quarto degli ex giocatori deceduti
Un gruppo di ricercatori guidato da Daniel Daneshvar e Christopher Nowinski ha analizzato 1.712 ex giocatori della NFL scomparsi tra il 2008 e il 2021. Dei 338 cervelli disponibili per l’autopsia, 315 hanno mostrato segni di encefalopatia traumatica cronica (CTE). Concentrandosi sul periodo 2016-2021, la percentuale di casi confermati corrisponde a circa 24,5%, cioè un decesso su quattro nella coorte considerata. La patologia è caratterizzata da accumuli anomali di proteina tau fosforilata nei solchi corticali, un segno tipico anche di altri sport di contatto.
Stadio avanzato e correlazione con demenza
I soggetti con la forma più avanzata di CTE presentavano una frequenza maggiore di demenza clinica, suggerendo un nesso diretto tra l’intensità dei danni patologici e il deterioramento cognitivo. Tuttavia, i risultati si riferiscono a atleti professionisti e non consentono una valutazione diretta del rischio per i bambini.
Colpi subcommotivi nei giovani: il caso del football americano e del calcio
Le ricerche sul football a livello scolastico mostrano che un giocatore di liceo o universitario può subire tra 600 e 1.000 impatti subcommotivi in una sola stagione. Questi colpi, benché non provocino sintomi riconoscibili di commozione, sono associati a mal di testa ricorrenti, difficoltà di memoria e affaticamento. Alcuni atleti tendono a nascondere i sintomi per paura di perdere il posto in squadra, rendendo il problema difficile da quantificare.
Nel calcio, la situazione è parallela. Gli studi hanno evidenziato che i difensori e gli attaccanti, che più spesso effettuano testate presentano una riduzione del volume nelle aree cerebrali legate alle emozioni e alla capacità di pianificazione. Una ricerca pubblicata su JAMA ha collegato queste alterazioni a un aumento di depressione, ansia e difficoltà cognitive nei calciatori professionisti. Per i bambini sotto i 12 anni, il collo non ha ancora raggiunto la forza necessaria per assorbire gli urti, incrementando il potenziale danno.
Limiti normativi e raccomandazioni internazionali
Il Regno Unito ha già vietato le testate ai minori di 12 anni, mentre FIFA e UEFA hanno introdotto linee guida che invitano a limitare al minimo o eliminare del tutto i colpi di testa nei settori giovanili. Tra i 12 e i 16 anni, il tirocinio è graduale, con una maggiore attenzione al rinforzo muscolare del collo. Alcuni esperti propongono l’uso di caschi protettivi, ma la prova dell’efficacia è ancora limitata.
Implicazioni per genitori, allenatori e istituzioni
La combinazione di evidenze dalla NFL e dai recenti studi sul calcio suggerisce che i rischi neurologici non siano più una possibilità remota, ma una realtà concreta per i giovani sportivi. È fondamentale promuovere la consapevolezza dei sintomi, incoraggiare la segnalazione e adottare programmi di rinforzo del collo fin dalla prima infanzia. Le federazioni dovrebbero rafforzare le politiche di monitoraggio e considerare restrizioni più severe per le attività ad alto impatto.



