Lodi è una cittadina dove il calcio e la vita quotidiana si intrecciano in maniera sorprendente. Da una parte, il Fanfulla ha scritto pagine di storia che hanno superato i confini della provincia; dall’altra, una notte di dicembre ha portato alla luce una drammatica vicenda di emergenza sanitaria e forze dell’ordine.
Questo articolo ricostruisce, prima di tutto, il percorso sportivo di una squadra che ha vestito il bianconero per più di un secolo, per poi approfondire i fatti che hanno portato alla morte di Agostino Conigliaro 39enne lodigiano, durante un’operazione di contenimento dei carabinieri.
Il Fanfulla: dalle radici medievali alla Serie B
Fondata nel 1911, la società prende il nome da Fanfulla da Lodi eroe della Disfida di Barletta del 1503. Il club ha adottato i colori bianco-nero, simbolo che ancora oggi ricorda la leggenda locale. Dopo decenni di competizioni regionali, la squadra conquistò la Serie B nel 1938, una impresa straordinaria per un club di provincia.
Il ritorno in Serie B fu consolidato nel dopoguerra, con una nuova promozione nel 1949. Il periodo d’oro culminò nella stagione 1950-51, quando il Fanfulla chiuse al sesto posto. L’attaccante Andrea Marzani proveniente dal Palermo, realizzò 18 reti, trasformando Lodi in una delle sorprese del campionato nazionale.
Scivoli e brividi: dal 1954 al 1986
Dopo l’anno memorabile, la squadra retrocesse nuovamente nel 1954, avviando una lunga discesa tra Serie C, campionati minori e periodi di inattività. L’unico trofeo di rilievo in questo tratto storico fu la Coppa Italia di Serie C (1983-84). L’ultimo passaggio in Serie C2 avvenne nella stagione 1985-86.
Nonostante le difficoltà, il club ha continuato a produrre talenti di rilievo: Gianpiero Marini campione del mondo con l’Italia nel 1982; Rino Marchesi futuro allenatore vincitore di trofei europei; Corrado Verdelli protagonista dello scudetto Inter 2006-07; e Silvio Dellagiovanna autore di 176 gol, rimane la leggenda più celebrata nella storia del Fanfulla.
Il caso Conigliaro: una notte di panico e una tragica fine
Il 21 dicembre, poco prima dell’alba, i residenti di via Vittime della Violenza, nel quartiere Albarola, sentirono le urla di un uomo in preda a forte agitazione psicofisica. Agostino Conigliaro padre di un neonato e marito, si era arrampicato su un ponteggio, sui tetti dei box e infine su un parapetto, cadendo da circa tre metri.
Le forze dell’ordine, avvertite tramite il 112, intervennero con carabinieri, polizia di Stato e soccorsi sanitari. Conigliaro, già noto alle autorità per problemi di dipendenza, si trovava su un’auto parcheggiata, ancora in stato di alterazione. I militari lo immobilizzarono a terra per impedirne ulteriori percosse.
Il collasso e il trasporto in ospedale
Durante la fase di contenimento, l’uomo andò in crisi respiratoria e subì un arresto cardio-circolatorio. Un testimone udì le sue grida di “no”, “aiuto” e “basta”. I carabinieri usarono il defibrillatore semiautomatico a disposizione, poi attivarono il codice rosso per il trasporto al ospedale Maggiore di Lodi.
Nonostante l’intervento tempestivo, in terapia intensiva il 22 dicembre i medici dichiararono il decesso di Conigliaro. La Procura di Lodi ha aperto un fascicolo per ricostruire i fatti, disponendo un’autopsia che valuterà l’influenza di eventuali traumi, l’eventuale consumo di sostanze e l’impatto delle manovre di contenimento.
Le indagini includeranno l’ascolto delle testimonianze dei carabinieri, l’analisi delle registrazioni del 112 e la ricostruzione della dinamica della caduta. Il caso richiama alla memoria l’incidente di Abderrahim Fakir a Bologna, avvenuto lo scorso luglio, in cui la morte era seguita a un fermo di polizia.
Un legame invisibile tra sport e società
Le due narrazioni mostrano come Lodi, pur essendo una città di medie dimensioni, viva momenti di gloria sportiva e tragedie contemporanee. Il Fanfulla resta il simbolo della capacità di una piccola realtà di competere a livelli nazionali, mentre la vicenda di Agostino Conigliaro evidenzia le fragilità della gestione delle emergenze psicofisiche in un contesto urbano.
Il ricordo di entrambi gli eventi è custodito nei cuori dei lodigiani: le maglie bianconere che adornano gli armadi, le foto sbiadite di partite memorabili, e le voci dei vicoli che ancora raccontano la notte in cui la città ha perso un figlio. La storia del calcio e le cronache di cronaca violenta si intrecciano, ricordandoci che il tessuto sociale di una città è fatto di successi, dolore e resilienza.



