Corrado Raffaelli nasce a Volano, piccolo borgo di montagna del Trentino, nel 1956 da una famiglia di verdurai. Fin da bambino si improvvisa sul ciottolato della “Piazota”, dove partite improvvisate tra i quartieri della zona lo temprano tra ginocchia sbucciate e scarpe rattoppate. A sei anni i primi calci sono già una questione di sopravvivenza, e il sogno di indossare una maglia professionistica inizia a farsi strada tra l’erba bagnata e i mercati degli ortaggi dei genitori.
Il trampolino verso il Torino
Il talento di Corrado non passa inosservato: a 17 anni conquista il titolo provinciale con i giovani del Volano e attira l’attenzione di Remo Albertini, dirigente del Rovereto. Dopo le qualificazioni nazionali in Liguria e Assisi, il general manager del Torino, Giuseppe Bonetto lo osserva insieme a un osservatore della Fiorentina. Sceglie il Torino, fresco vincitore del campionato Allievi, e si trasferisce nella capitale piemontese. Gli allenamenti quotidiani, però, compromettono gli studi: lottando con i libri, viene bocciato al primo anno di liceo scientifico, ma riesce a superare l’esame di geometra prima di partire.
Il primato nella Primavera
Nel 1974 la squadra Primavera del Torino, guidata da Ercole Rabitti, conquista il titolo nazionale, superando avversari come Milan, Atalanta e una Juventus di Paolo Rossi. Corrado, allora centrocampista, viene definito dalle cronache sportive come il giocatore che “sta una spanna sopra tutti”. Il suo fisico prestante, la velocità nel salto in lungo e la capacità di dribblare gli avversari lo rendono una vera promessa. L’esordio nel precampionato con i professionisti gli permette di assaporare l’aria della Serie A, ma la realtà di una panchina più lunga del previsto inizia a logorarlo.
Il sogno spezzato e la rinascita
Il giovane sente crescere dentro di sé una serie di contraddizioni: i rigidi tatticismi minano il divertimento, un aiuto-allenatore troppo pignolo frena l’entusiasmo e la nostalgia per le montagne di casa lo tormenta. La notizia della malattia del padre, a cui è legato da sempre, diventa il punto di rottura. Nel 1976 decide di tornare a Rovereto, giocando in Serie D, per poi provare una breve esperienza a Padova in Serie C, dove però non trova alcun feeling con l’allenatore. L’ultimo appuntamento in campo risale al 1988, quando un improvviso problema cardiaco lo costringe a chiudere definitivamente la carriera agonistica.
Vita dopo il calcio e riconoscimenti
Dopo aver appeso le scarpe al chiodo, Corrado riprende la professione di geometra esercitandola per oltre quattro decenni. Con il patentino da allenatore, gestisce squadre di bambini di sette anni, trasmettendo loro i fondamentali del gioco e riscoprendo la bellezza del calcio senza pressioni. I figli, Matteo e Davide, ereditano la passione, mentre la moglie Laura, pur odiando il pallone, è stata spesso convinta a seguire almeno una partita. A giugno dello scorso anno, il Comune di Volano lo premia insieme a un alpinista e una lanciatrice del peso, riconoscendo il suo contributo al prestigio del paese.
Oggi Corrado non segue più le partite, ritenendole troppo schematiche e prive di spazio per il talento individuale. Ritiene che siano i giocatori a dover imprimere il proprio carattere alla squadra, non il tecnico. Con la salute delicata e la famiglia sempre presente, conclude che, pur avendo perso il sogno calcistico, ha vinto sul piano umano, mantenendo viva la connessione con le radici di Volano e con il calcio che lo ha formato.



