Nel calcio italiano, la valorizzazione dei giovani è un tema complesso e contraddittorio. Un calciatore che a 18 o 19 anni trova spazio tra la Serie D e la Serie C accumulando presenze e dimostrando il proprio valore, può improvvisamente vedere ridursi le proprie opportunità quando cambia fascia d’età. Questo paradosso solleva una domanda cruciale: quanto contano realmente il talento e il rendimento rispetto all’anno di nascita e ai meccanismi regolamentari?
La questione è particolarmente rilevante se si considera che, secondo una relazione della FIGC pubblicata nel 2026, la Serie A occupa il 49° posto su 50 campionati analizzati nel mondo per percentuale di minuti disputati da calciatori Under 21 selezionabili per la Nazionale italiana, con una percentuale di appena l’1,9%. Questo dato evidenzia una disparità tra le categorie inferiori, dove vengono introdotti obblighi o incentivi per aumentare il minutaggio dei giovani, e la massima serie, dove lo spazio per gli Under 21 italiani diventa estremamente ridotto.
Le regole delle quote Under in Serie D e Serie C
Nella Serie D 2026/27, ogni squadra deve avere in campo, dall’inizio e per tutta la partita, almeno tre giovani appartenenti alle fasce previste dal regolamento: un classe 2006, un 2007 e un 2008, oppure calciatori ancora più giovani. Questo principio mira a garantire minutaggio ai ragazzi e favorirne l’ingresso nel calcio senior. Tuttavia, il rischio è che il valore sportivo del calciatore possa finire per intrecciarsi inevitabilmente con quello della sua data di nascita.
In Serie C il funzionamento è differente. Non esiste lo stesso obbligo di mantenere un numero prestabilito di giovani sempre sul terreno di gioco, ma sono previsti incentivi economici legati all’impiego e alla valorizzazione di determinate categorie di calciatori. Anche in questo caso, Il problema emerge soprattutto quando un giocatore esce dalle fasce premiate, perdendo improvvisamente una parte della propria convenienza per la società.
Il confronto internazionale: come altri paesi gestiscono la valorizzazione dei giovani
In Spagna l’intervento riguarda soprattutto la composizione delle rose. Nella Primera Federación su un massimo di 25 giocatori, non più di 18 possono essere Over 23. Una rosa completa deve quindi riservare almeno sette posti agli Under 23. In Segunda Federación il limite degli Over 23 scende invece a 16, lasciando almeno nove posti ai più giovani. La differenza sostanziale è che l’allenatore mantiene poi libertà nelle proprie scelte, con il regolamento che determina la costruzione della rosa, ma non impone necessariamente quali annate debbano rimanere in campo durante la partita.
In Germania nella 3. Liga vengono utilizzati contemporaneamente regole e incentivi. Per le prime squadre dei club classificati come dilettantistici devono essere presenti almeno quattro Under 23 nella distinta di gara. A questo si aggiunge un investimento economico specifico. Dalla stagione 2026/27 il fondo destinato dal DFB allo sviluppo dei giovani nella categoria è passato da 3 a 5 milioni di euro. Nel sistema vengono valorizzati anche i minuti disputati dagli Under 21 tedeschi, il percorso formativo effettuato all’interno del club e le convocazioni nelle Nazionali giovanili.
In Francia l’attenzione si concentra invece sulla struttura societaria. Per partecipare alla Ligue 3 un club deve avere una formazione riserve e almeno due squadre giovanili a undici, di cui almeno una appartenente alla fascia Under 17 o Under 19. Il mancato rispetto dei requisiti può portare anche a penalizzazioni in classifica. L’obiettivo diventa quindi obbligare le società a costruire un vero percorso di formazione.
In Inghilterra nella Premier League gli Under 21 possono essere utilizzati senza occupare uno dei 25 posti della lista principale. Viene così facilitato il loro ingresso in prima squadra senza imporre al tecnico un numero minimo di giovani da schierare.
Il dilemma delle quote Under: formazione o meritocrazia?
Il punto più delicato dell’intero sistema italiano riguarda il momento in cui un calciatore smette di essere Under. Un giocatore può trascorrere diversi anni risultando particolarmente utile perché rientra nelle fasce previste. In Serie D contribuisce al rispetto degli obblighi regolamentari; in Serie C il suo impiego può incidere sui contributi destinati alla società. Poi arriva il momento in cui la sua annata esce dai parametri.
Il giocatore può essere più pronto, conoscere meglio la categoria e avere già accumulato decine di presenze tra i professionisti. Allo stesso tempo, però, un ragazzo più giovane può risultare economicamente o regolamentariamente più conveniente. Nasce così il rischio di una continua sostituzione generazionale nella quale alcuni calciatori, proprio quando dovrebbero completare il passaggio definitivo al calcio adulto, possono trovare meno spazio.
La questione non riguarda la necessità di investire sui giovani, principio difficilmente contestabile, ma quale sia il sistema migliore per farlo. Da una parte ci sono obblighi e incentivi capaci di garantire minuti che probabilmente, senza regole specifiche, molti ragazzi non riceverebbero. Dall’altra esiste il rischio di trasformare l’anno di nascita in un criterio che pesa quasi quanto il rendimento. Il nodo resta quindi aperto: meglio obbligare i club a utilizzare determinate annate oppure investire maggiormente sulla formazione, sulla qualità dei settori giovanili e sulla costruzione delle rose, lasciando poi al merito la scelta di chi deve giocare?
Perché valorizzare un giovane dovrebbe significare accompagnarlo verso il calcio professionistico anche dopo la fine dello status di Under. Il talento, del resto, non dovrebbe avere una data di scadenza.



