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Le parole danno forma a realtà che rischiano altrimenti di rimanere invisibili: questa intuizione guida la nostra riflessione sul ruolo del linguaggio nel diritto e nella politica giudiziaria. Chi lavora con la parola sa che ogni termine scelto orienta la percezione pubblica e condiziona le scelte istituzionali; per questo è fondamentale recuperare vocaboli che raccontino davvero le persone coinvolte nei processi, dai più fragili ai protagonisti della lotta alla criminalità organizzata. Il richiamo al garantismo e alla responsabilità è quindi contemporaneamente etico e operativo, e chiede un impegno a utilizzare definizioni precise per non svuotare di senso i diritti fondamentali.
La prospettiva sui più deboli
Ascoltare chi fugge e tradurre quelle storie in parole credibili è un requisito di giustizia. Un libro come “Perché ero ragazzo” di Alaa Faraj racconta come l’esperienza del viaggio e della detenzione possa ricomporre identità e lingua, arrivando a formulazioni intense del diritto d’asilo. Nel racconto, i naufraghi che arrivano in vista delle coste pregano insieme per i morti e per le speranze: una descrizione che trasforma il desiderio in diritto. Chi pretende di difendere i vulnerabili senza mettersi in ascolto rischia il paternalismo; la vera responsabilità consiste nel chiedere a chi soffre di contribuire a rendere visibili le proprie vicende.
Indagini e pratiche processuali sui soccorsi in mare
Le procedure seguite dopo i soccorsi sono spesso schematiche: alcuni naufraghi vengono identificati come testimoni, indicano presunti scafisti, e questi ultimi finiscono in custodia cautelare. Tuttavia, in contesti con decine o centinaia di persone ammassate su imbarcazioni, la dinamica dei ricordi e delle tensioni è complessa. È plausibile che l’audizione di poche persone determini decisioni così invasive? È necessario sviluppare protocolli che prevedano l’identificazione sistematica e l’ascolto completo dei soccorsi, nonché permessi di soggiorno temporanei per garantire la partecipazione alle indagini e ai processi.
I numeri che chiedono spiegazioni
I dati sulle riparazioni per ingusta detenzione segnalano squilibri territoriali che non possono essere ignorati. Secondo il censimento ISTAT del 2026 la popolazione residente in Italia era di 58.943.464 individui; nelle tre regioni con la presenza storica delle principali mafie vivevano 12.204.373 persone, pari al 20,7% del totale. Nel periodo 2018-2026 sono stati incardinati 8.623 procedimenti per domande di riparazione: 4.502 (52,2%) nelle tre regioni citate e 1.780 (20,64%) in Calabria. Questi dati sollevano domande sul rapporto fra territori, prassi investigativa e tutela delle libertà personali.
Riparazioni economiche e ordinarie illegittimità
Tra il 2018 e il 2026 lo Stato ha erogato complessivamente 220,5 milioni di euro per riparazioni; la sola Calabria ha ricevuto 82.559.686 euro, pari al 37,52% del totale. Nel 2026 sono state emesse 81 ordinanze irrevocabili di accoglimento per illegittimità dell’ordinanza cautelare: 16 da Corti siciliane (19,75%), 11 da corti campane (13,58%) e 28 da corti calabresi (34,56%), per un totale di 57 ordinanze (70,37%) nelle tre regioni. Significa che, in alcune aree, la probabilità di subire un arresto poi dichiarato illegittimo è molto più alta: un problema che riguarda il funzionamento del sistema giudiziario e la tenuta delle libertà.
Maxi-processi, ruolo della polizia giudiziaria e proposte
I maxi-processi accentuano il rischio di errori e di misure cautelari ingiustificate, perché moltiplicano numeri, imputazioni e complessità. In questi procedimenti diventa difficile esercitare una comprensione equitativa della singolarità di ciascun caso: la partecipazione individuale e il grado di responsabilità rischiano di essere omessi in favore di schemi collettivi. Occorre interrogarsi sul rapporto tra informativa di polizia giudiziaria, scelte dei magistrati inquirenti e conseguenze processuali, anche alla luce della dipendenza gerarchica di certe forze investigative da vertici dell’esecutivo.
Modificare l’art.15 L.47/2015: dati utili
Una proposta concreta è integrare la legge che obbliga il Ministero della Giustizia a fornire dati sulle misure cautelari. Tra le rilevazioni utili vanno inserite: la quantificazione delle riparazioni per ingiusta detenzione in processi con oltre 70 imputati, distinte per le due ipotesi dell’art.314 c.p.p.; il numero di condanne definitive collegate a scioglimenti di amministrazioni locali; il conto delle condanne che hanno portato a sequestri aziendali; e il numero di assoluzioni e condanne per art.416, corredato dalle intercettazioni e dalle misure custodiali applicate. Questi indicatori permetterebbero di monitorare meglio il nesso tra strumenti d’indagine e tutela delle libertà.
Conclusione: sinodalità e responsabilità collettiva
Ripensare il linguaggio e le pratiche significa anche recuperare la capacità di camminare insieme senza confondere coesione e uniformità. Il concetto di sinodalità richiama l’idea di un percorso comune che valorizza le diversità: non una guida imposta dall’alto, ma un confronto che accoglie posizioni diverse e le mette alla prova reciproca. In termini giuridici e politici questo equivale a promuovere più democrazia e più libertà come strumenti per combattere i sistemi criminali, evitando che lo Stato smarrisca se stesso nei processi che dovrebbe regolare.