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13 Giugno 2026

Dati, processi e diritti: ripensare il sistema cautelare in Italia

Un invito alla riflessione su come parole, statistiche e proposte legislative possano ridisegnare il rapporto tra giustizia e libertà

Dati, processi e diritti: ripensare il sistema cautelare in Italia

Le parole danno forma a realtà che rischiano altrimenti di rimanere invisibili: questa intuizione guida la nostra riflessione sul ruolo del linguaggio nel diritto e nella politica giudiziaria. Chi lavora con la parola sa che ogni termine scelto orienta la percezione pubblica e condiziona le scelte istituzionali; per questo è fondamentale recuperare vocaboli che raccontino davvero le persone coinvolte nei processi, dai più fragili ai protagonisti della lotta alla criminalità organizzata. Il richiamo al garantismo e alla responsabilità è quindi contemporaneamente etico e operativo, e chiede un impegno a utilizzare definizioni precise per non svuotare di senso i diritti fondamentali.

La prospettiva sui più deboli

Ascoltare chi fugge e tradurre quelle storie in parole credibili è un requisito di giustizia. Un libro come “Perché ero ragazzo” di Alaa Faraj racconta come l’esperienza del viaggio e della detenzione possa ricomporre identità e lingua, arrivando a formulazioni intense del diritto d’asilo. Nel racconto, i naufraghi che arrivano in vista delle coste pregano insieme per i morti e per le speranze: una descrizione che trasforma il desiderio in diritto. Chi pretende di difendere i vulnerabili senza mettersi in ascolto rischia il paternalismo; la vera responsabilità consiste nel chiedere a chi soffre di contribuire a rendere visibili le proprie vicende.

Indagini e pratiche processuali sui soccorsi in mare

Le procedure seguite dopo i soccorsi sono spesso schematiche: alcuni naufraghi vengono identificati come testimoni, indicano presunti scafisti, e questi ultimi finiscono in custodia cautelare. Tuttavia, in contesti con decine o centinaia di persone ammassate su imbarcazioni, la dinamica dei ricordi e delle tensioni è complessa. È plausibile che l’audizione di poche persone determini decisioni così invasive? È necessario sviluppare protocolli che prevedano l’identificazione sistematica e l’ascolto completo dei soccorsi, nonché permessi di soggiorno temporanei per garantire la partecipazione alle indagini e ai processi.

I numeri che chiedono spiegazioni

I dati sulle riparazioni per ingusta detenzione segnalano squilibri territoriali che non possono essere ignorati. Secondo il censimento ISTAT del 2026 la popolazione residente in Italia era di 58.943.464 individui; nelle tre regioni con la presenza storica delle principali mafie vivevano 12.204.373 persone, pari al 20,7% del totale. Nel periodo 2018-2026 sono stati incardinati 8.623 procedimenti per domande di riparazione: 4.502 (52,2%) nelle tre regioni citate e 1.780 (20,64%) in Calabria. Questi dati sollevano domande sul rapporto fra territori, prassi investigativa e tutela delle libertà personali.

Riparazioni economiche e ordinarie illegittimità

Tra il 2018 e il 2026 lo Stato ha erogato complessivamente 220,5 milioni di euro per riparazioni; la sola Calabria ha ricevuto 82.559.686 euro, pari al 37,52% del totale. Nel 2026 sono state emesse 81 ordinanze irrevocabili di accoglimento per illegittimità dell’ordinanza cautelare: 16 da Corti siciliane (19,75%), 11 da corti campane (13,58%) e 28 da corti calabresi (34,56%), per un totale di 57 ordinanze (70,37%) nelle tre regioni. Significa che, in alcune aree, la probabilità di subire un arresto poi dichiarato illegittimo è molto più alta: un problema che riguarda il funzionamento del sistema giudiziario e la tenuta delle libertà.

Maxi-processi, ruolo della polizia giudiziaria e proposte

I maxi-processi accentuano il rischio di errori e di misure cautelari ingiustificate, perché moltiplicano numeri, imputazioni e complessità. In questi procedimenti diventa difficile esercitare una comprensione equitativa della singolarità di ciascun caso: la partecipazione individuale e il grado di responsabilità rischiano di essere omessi in favore di schemi collettivi. Occorre interrogarsi sul rapporto tra informativa di polizia giudiziaria, scelte dei magistrati inquirenti e conseguenze processuali, anche alla luce della dipendenza gerarchica di certe forze investigative da vertici dell’esecutivo.

Modificare l’art.15 L.47/2015: dati utili

Una proposta concreta è integrare la legge che obbliga il Ministero della Giustizia a fornire dati sulle misure cautelari. Tra le rilevazioni utili vanno inserite: la quantificazione delle riparazioni per ingiusta detenzione in processi con oltre 70 imputati, distinte per le due ipotesi dell’art.314 c.p.p.; il numero di condanne definitive collegate a scioglimenti di amministrazioni locali; il conto delle condanne che hanno portato a sequestri aziendali; e il numero di assoluzioni e condanne per art.416, corredato dalle intercettazioni e dalle misure custodiali applicate. Questi indicatori permetterebbero di monitorare meglio il nesso tra strumenti d’indagine e tutela delle libertà.

Conclusione: sinodalità e responsabilità collettiva

Ripensare il linguaggio e le pratiche significa anche recuperare la capacità di camminare insieme senza confondere coesione e uniformità. Il concetto di sinodalità richiama l’idea di un percorso comune che valorizza le diversità: non una guida imposta dall’alto, ma un confronto che accoglie posizioni diverse e le mette alla prova reciproca. In termini giuridici e politici questo equivale a promuovere più democrazia e più libertà come strumenti per combattere i sistemi criminali, evitando che lo Stato smarrisca se stesso nei processi che dovrebbe regolare.

Autore

Edoardo Marchesi

Edoardo Marchesi, voce delle notizie di Palermo, ricorda la notte in cui seguì il corteo in via Maqueda e decise di chiedere carte e nomi: da allora predilige verifiche sul campo. In redazione guida l’agenda delle emergenze e custodisce una collezione di vecchie mappe della città.