Il Mondiale 2026 ha regalato subito una delle partite più sorprendenti della sua storia. Lunedì 15 giugno, la Spagna, seconda forza del ranking mondiale, ha dovuto accontentarsi di un pareggio a reti inviolate contro Capo Verde, nazione classificata al 67° posto. Questo risultato, ottenuto grazie a una difesa organizzata intorno al quarantenne portiere Josimar José Évora Diasdetto Vozinhaha acceso i riflettori su una delle promesse del nuovo formato del torneo: l’inclusione di nazioni emergenti.
Capo Verde e la promessa dell’inclusione
La partita tra Spagna e Capo Verde è stata ben più di un semplice incontro di calcio. Ha rappresentato un simbolo delle nuove opportunità offerte dal Mondiale allargato a 48 squadre. Capo Verde, con una popolazione pari a quella di Genova, ha dimostrato che anche le nazioni meno quotate possono competere ad alti livelli. La difesa organizzata intorno a Vozinhache gioca nella Segunda Liga portoghese, ha tenuto testa a una delle aristocrazie del calcio mondiale.
Le contraddizioni del nuovo formato
Se da un lato il pareggio tra Spagna e Capo Verde è stato celebrato come un trionfo dell’inclusione, dall’altro ha messo in luce le contraddizioni del nuovo formato. Più squadre significano più visibilità per i Paesi emergenti, ma anche un torneo sempre più dilatato e dipendente dalla necessità di produrre contenuti, ascolti e ricavi. La Fifa ha annunciato numeri impressionanti: oltre cinque milioni di spettatori attesi negli stadi, 104 partite invece delle tradizionali 64, e ricavi stimati intorno ai 9 miliardi di dollari.
Il Mondiale come prodotto mediatico
Il Mondiale 2026 non è solo un evento sportivo, ma un fenomeno mediatico e economico senza precedenti. I cinque milioni di persone che attraverseranno Stati Uniti, Canada e Messico non sono soltanto tifosi, ma consumatoriviaggiatori e produttori di dati. Ogni spostamento, acquisto o interazione sui social entra a far parte di un ecosistema economico che trasforma l’emozione sportiva in valore commerciale.
Il dibattito attorno al torneo è ormai dominato da audienceengagement e piattaforme digitali. La partita continua ben oltre il novantesimo minuto, giocandosi sugli smartphone, negli algoritmi e nelle metriche che misurano il tempo trascorso davanti a uno schermo. Il tifoso diventa contemporaneamente spettatore, creatore di contenuti e prodotto da analizzare.
Le critiche al nuovo formato
Nonostante i numeri impressionanti, il nuovo formato del Mondiale ha già suscitato critiche. Durante la partita tra Corea del Sud e Repubblica Ceca a Guadalajara, in Messico, sono emerse le prime crepe. Le immagini televisive mostravano ampi settori vuoti nonostante la Fifa avesse registrato quasi il tutto esaurito. Questa discrepanza ha riaperto il tema della vendita dei biglietti a prezzi elevatissimi e dei tagliandi assegnati a sponsor, dirigenti e ospiti che spesso non occupano i posti sugli spalti.
La Fifa ha spiegato che molti tifosi si trovavano nei corridoi e nelle aree ristoro, ma il contrasto tra il racconto ufficiale del sold out e la percezione visiva dello stadio semivuoto ha offerto una prima immagine delle contraddizioni di un Mondiale sempre più orientato ai record economici e mediatici.
Il vero tema non è stabilire se il Mondiale sia diventato troppo grande, ma capire perché continuiamo a considerare la crescita come l’unico indicatore possibile del successo. Più partite, più spettatori, più denaro, più schermi. Nell’epoca dell’espansione permanente, il calcio sembra aver adottato la stessa grammatica delle piattaforme digitali.



