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Fabio Capello non risparmia nessuno nel suo giudizio sullo stato attuale del calcio italiano. Secondo l’ex allenatore, il problema non è un singolo fattore ma una combinazione di scelte societarie, idee tattiche diffuse e una direzione arbitrale che ha finito per cambiare il volto del gioco. In questo testo ricostruiremo i punti cardine della sua critica e la soluzione che propone, mantenendo l’attenzione su come ogni elemento contribuisca alla perdita di competitività in campo internazionale, in particolare in Champions League e nelle nazionali.
Nella sua analisi Capello mette in fila responsabilità diverse: la presenza di molti giocatori stranieri di livello medio che sottraggono opportunità ai talenti locali, l’adozione superficiale del cosiddetto guardiolismo da parte di tecnici che non hanno la stessa qualità dei modelli e una gestione arbitrale che frammenta il gioco. La proposta finale è netta: intervenire sul modello formativo dei più giovani, ispirandosi a pratiche già adottate con successo all’estero, come in Norvegia.
Le critiche sulla qualità dei giocatori e il modello di gioco
Al centro della polemica c’è la convinzione che in Serie A siano arrivati troppi calciatori stranieri non capaci di elevare il livello complessivo. Capello osserva che, rispetto al passato, manca la presenza di autentici campioni che possano essere riferimenti tecnici e comportamentali. Questo fenomeno, unito alla diffusione del possesso fine a sé stesso, ha portato a un calcio più lento e prevedibile: molti allenatori hanno cercato di replicare il modello del Barcellona di Guardiola senza avere a disposizione giocatori con la stessa qualità tecnica, generando così una forma di imitazione inefficace e spesso controproducente.
Guardiolismo: quando l’idea supera i mezzi
Il termine guardiolismo viene usato per descrivere un’ossessione per il possesso che può deresponsabilizzare i singoli. Capello sostiene che il sistema richiede interpreti di altissimo livello; senza quelli, il gioco si riduce a scambi banali e a una perdita di velocità. In pratica, replicare un’idea senza i presupposti tecnici produce un calcio che gira molto ma che incide poco sulla profondità e sull’efficacia offensiva, penalizzando anche la crescita atletica e l’istinto al contrasto.
Stranieri: opportunità o ostacolo?
Non è la nazionalità il problema in sé, ma la scelta delle società: molti stranieri arrivano per occupare posti e non per alzare il livello del campionato. Capello si domanda se sia davvero utile preferire giocatori mediocri dall’estero a giovani italiani con margini di miglioramento; la conseguenza è una minore vetrina per i talenti locali e una difficoltà della nazionale a rigenerarsi con frequenza.
Arbitri, Var e il problema del ritmo
Un altro tema ricorrente nelle osservazioni di Capello riguarda la gestione arbitrale: fischi frequenti, interruzioni continue e un’interpretazione dei contrasti che ha ridotto il naturale intensità delle partite. L’uso del Var e la sua applicazione sono messi in discussione per la scarsa comprensione delle dinamiche di gioco e per decisioni che spesso prolungano le pause. Secondo Capello, tutto ciò favorisce un calo del ritmo e una scomparsa dei contrasti decisi, elementi che invece caratterizzano i campionati più performanti in Europa.
Il caso del «pestone» e le conseguenze
Capello cita l’invenzione di falli come il «pestone» e l’atteggiamento di giocatori che accentuano i contatti come segnali di una rivoluzione interpretativa che ha cambiato il mestiere degli arbitri. Questo approccio penalizza il gioco fisico e la velocità, trasformando molti scontri in interruzioni ufficiali che rompono il flusso e diminuiscono lo spettacolo.
La proposta: ripensare le giovanili copiando il modello Norvegia
Per invertire la tendenza Capello propone di intervenire sulle fondamenta: la formazione. L’idea è semplice ma radicale: eliminare il culto del risultato nelle categorie giovanili fino a una certa età, come fanno in Norvegia, dove fino ai tredici anni i risultati non contano e l’obiettivo è lo sviluppo tecnico e il divertimento. Questo approccio mira a creare una cultura diversa, in cui la crescita individuale viene prima della tattica di breve termine e della vittoria a ogni costo.
In conclusione, la ricetta di Capello è multilivello: modificare le scelte di mercato, rivedere la mentalità tattica e responsabilizzare arbitri e istituzioni come la Figc per promuovere un lavoro di lunga durata sulle giovanili. Se applicata con coerenza, questa visione promette di rilanciare la capacità del sistema di produrre giocatori di qualità e di restituire al calcio italiano la velocità e l’intensità che oggi gli mancano.