Milan: la stagione è lunga e c'è tempo per rifarsi. Ma bisogna scrollarsi di dosso timori e trovare una nuova identità

lunedì 17 settembre 2012

di Giovanni Sgobba
Milano- Decimo minuto della ripresa: Ambrosini esce dal campo per un lieve infortunio, lasciando il posto a Nocerino. Qualche minuto dopo, Cigarini, non pressato dai centrocampisti rossoneri, trova l'angolino con un tiro da fuori area che permette all'Atalanta di sbancare San Siro ed annullare i due punti di penalizzazione in classifica. Casualità, coincidenze, ma la sua uscita con il conseguente goal subito è pur sempre un segnale: il capitano dei rossoneri,  con la corazza ispessita dall'esperienza di chi ha lottato per anni, è uno dei pochi ad aver metabolizzato il drastico passaggio di realtà.  I problemi ci sono e sono molteplici, ma non derivano esclusivamente dalle cessioni illustri: la rosa e gli obiettivi  sono ridimensionati questo è vero, ma la sconfitta contro l'Atalanta non è imputabile alle assenze di Thiago Silva o Ibrahimovic. E' bastata una squadra già rodata e discretamente organizzata per imbrigliare un Milan che, dal canto suo, non ha voluto giocare.
Il Milan, per scelte economiche e presidenziali, è stato catapultato in una realtà nuova per la sua storia recente: giocare, provare a vincere, senza quell'alto numero di fuoriclasse che da un momento all'altro possono risolvere le partite e che inevitabilmente infondono tranquillità all'ambiente. Non c'è niente di male a dirlo: nel 2007 un gruppo solido e carico di entusiasmo vinse la Champions League trascinato dal genio di Kakà; nel passato biennio, i rossoneri, che pur si sono dimostrati capaci di portare a casa i 3 punti anche senza Ibra (ricordare il 3-0 nel derby di 2 anni fa), inevitabilmente si sono appollaiati sulle spalle di un trascinatore come lo svedese.
Sembrerà paradossale, ma il Milan deve trovare una nuova dimensione non tanto dissimile alla Juventus della passata stagione, una squadra, cioè, partita con molte incognite che doveva correre e giocare con intensità per 90' per sbloccare le partite in assenza di quel tanto invocato (ma poi rivelatosi non indispensabile) top player.
Certo i contorni sono differenti: la Juventus era stata costruita con raziocinio e con l'entusiasmo dei tifosi, il Milan è stato smontato e ricostruito con giocatori arraffati negli ultimi giorni di mercato e con giovani provenienti da piccole realtà ai quali è stato chiesto di non far rimpiangere chi non c'è più, ma ci vuole la giusta serenità, e non scetticismo, per accettare un cambiamento che può portare a qualcosa di nuovo, non da etichettare come un fallimento preannunciato.
Ci vuole convinzione nei propri mezzi e la giusta mentalità che non può essere assimilata in un paio di mesi, dall'oggi al domani. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, ci sono poche certezze, tanti discreti giocatori che possono fare il salto di qualità o meno. Dovrà essere abile Allegri nel motivare i giocatori, nel inserirli in schemi di gioco capaci di esaltare le qualità dei singoli, dovranno essere motivati i giocatori, sentirsi coinvolti e disposti a pedalare anche per gli altri e non solo per se stessi (vedi Boateng) e dovranno essere pazienti i tifosi.
E' lecito manifestare diffidenza, è lecito poter parlare dei giocatori ceduti, degli abbonati al minimo storico dell'era Berlusconi, delle due sconfitte in casa che non accadeva dagli anni 30', ma se questi temi vengono utilizzati come alibi, il futuro è già inevitabilmente scritto.






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